Ossia… città come post metropoli neo-rurale, tra agricoltura, pensiero divergente e nuove tecnologie.

Text > Sabina Ghinassi

Rurbanizzazione, in urbanistica, definisce il fenomeno di allargamento di modelli abitativi e sociali propri della città sulla campagna. Ora, dopo un lungo processo di progressiva sovrapposizione socio-economica e culturale, città e campagna si presentano come un continuum non più distinguibile in modo netto e, nel contempo, le componenti rurali della società civile trasferiscono modelli innovativi alle componenti urbane, non soltanto nell’immaginario collettivo. Si potrebbe dire che si sta assistendo a un movimento inverso: modelli rurali, mutatis mutandis, stanno gradualmente invadendo le città, cambiandola radicalmente, con la complicità, in questo caso virtuosa, della grande crisi del 2008.

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Pujia Primary School, città di Hangzhou, China, orto-giardino sul tetto dell’edificio

A Milano uno dei fiori all’occhiello della UniCredit Tower (progetto di Pelli Clarke Pelli Architects) sono gli “Orti” creati sulle terrazze al secondo piano delle torri. Qui, i dipendenti della banca che hanno aderito all’iniziativa “Coltiva il tuo spazio”, possono coltivare un piccolo appezzamento di terra di 40 centimetri per 60, piantando quello che vogliono. L’obiettivo è fornire uno spazio relax, creare strategie di team building diverse, aderendo a pratiche sostenibili.
Lo stesso, sempre a Milano città, ha fatto Bottega Veneta con il giardino di 2400 metri quadrati, “Eco Food”, che, oltre ad offrire uno spazio relax ai dipendenti, è anche l’orto a km 0 da cui ricavano molti dei prodotti utilizzati nella mensa aziendale. Diesel e OTP hanno unito il concept a quello del Nido e della Scuola d’Infanzia aziendale e sono i bambini a prendersi cura di dieci piccoli orti nei quali sperimentano anche le colture stagionali.

Boehringer Ingelheim ha invece creato il suo corporate garden con lo scopo di rendere sempre più partecipi i dipendenti nella cura della loro sede lavorativa, ma anche artefici nella creazione di un ambiente di lavoro a misura di coloro che lo vivono. A Tokio il Pasona Group ha invaso di verde l’esterno e l’interno dei locali: all’ingresso si è accolti da colture di riso, l’open space è delimitato da alberi da frutto e si lavora in un vero e proprio office farming. Più vicino a noi, a Faenza, la Staper SpA ha realizzato il “Sta’fer l’orto”, curato dai dipendenti.
Nel Campus Microsoft di Redmond (Washington) alta tecnologia e sostenibilità invece si sono fuse in “Urban Farming”: un progetto pilota di coltura idroponica di insalata, ortaggi e alcuni tipi di frutta in serre ipertecnologiche, presentato anche ad Expo 2015. Al momento ci sono più di cinquanta torri di coltivazione e i prodotti, una volta raccolti, finiscono nei piatti dei dipendenti.

Un altro tipo di approccio, antropic wilderness, è quello di Mark Zuckerberg che nel Campus Facebook West a Melo Park (progetto di Gehry Partners, LLP) ha addirittura ricreato un habitat naturale per rilassare i suoi collaboratori sul grande roof garden (co-progetto di CMG Landscape Architecture) di nove ettari, su cui sono stati piantati più di quattrocento alberi, costruita una tribuna per concerti ed eventi e un bar.

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La terrazza coltivata sul tetto della sede Facebook a Melo Park

Più vicini a noi, e con esiti ovviamente più modesti ma altrettanto forti come segno di nuovi pensieri, le città si popolano di altri esperimenti: orti urbani che da passatempo per pensionati diventano spazi sperimentali per giovani e nuovi agricoltori in tema di permacoltura, autoconsumo e orti sinergici, intrecciandosi con il mondo del G.A.S. (gruppi di acquisto solidale) che mettono in rete gruppi di consumatori e gruppi di produttori interessati al consumo critico e alla produzione di qualità.

Si diffonde sempre di più anche l’apicoltura urbana (urban beekeeping): la Maison Vuitton produce miele dalle arnie posizionate sul tetto della boutique parigina, così fa la Tate Modern in pieno centro città, a Londra.
In Italia apripista sono stati i progetti Urbees a Torino e Green Island a Milano. Il risultato è che il miele prodotto in città è meno inquinato da pesticidi di quello prodotto in campagna ed è di ottima qualità. A Londra le api sono anche diventate le sentinelle per tenere sotto controllo l’inquinamento urbano.

Oltre ai G.A.S. si stanno diffondendo le prime esperienze di G.A.T., moderne aziende agricole e un nuovo modo, sostenibile ed etico, di fare impresa in agricoltura: tutti i soci (da 50 a 100) investono la stessa somma e, se alcuni ci lavorano e abitano, tutti partecipano ad utili, guadagni e prodotti.
Nello stesso tempo anche la progettazione urbanistica è costretta a ruralizzarsi, vuoi per la crisi, che ha ridotto il potere di investimento, vuoi per gli scenari sociali, drasticamente mutati negli ultimi vent’anni; e allora ecco esperienze estremamente innovative come il progetto Agropolis, a Monaco di Baviera, ideato da un team di architetti, paesaggisti e urbanisti, che suggerisce di reintrodurre l’agricoltura urbana nella regione metropolitana, promuovendo reti regionali verdi.

Il fine ultimo è quello di rendere la città più sostenibile, creando una vera e propria rete agroalimentare negli spazi residuali delle città, utilizzando il costruito già esistente e inventando nuove filiere produttive e nuove professioni, con l’aiuto, non tanto dell’aratro, ma delle nuove tecnologie.

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